Marzo 1989. Torino sta cambiando pelle, cantiere dopo cantiere, in vista dei Mondiali dell'anno successivo. In quella città un imprenditore di quarantadue anni che fino a poche settimane prima non aveva nulla a che fare con il calcio chiude la trattativa per comprare il Torino, allora quattordicesimo in classifica.
Gian Mauro Borsano si presenta come il contrario di quello che i tifosi granata sono abituati a sentire: parla di gestione imprenditoriale, di metodologia computerizzata, di decisioni prese in un minuto. Della curva più calda dello stadio dice che è «un container bellissimo dove ci sono clienti».
L'episodio segue quei quattro mesi fino all'ultima giornata, a Lecce, dove la squadra perde 3 a 1 e scende in Serie B. Poi resta lì dove di solito le cronache non restano: sui giorni dopo. Il centravanti che annuncia che in Serie B non giocherà, il presidente che racconta ai giornali di essersi sentito chiedere un premio partita la mattina della gara, il capitano che lo smentisce riga per riga.
Chi arriva in fondo sa già come va a finire la stagione. Quello che non sa è che questa è la rincorsa.