i luoghi di leone xiii attraverso i libri

Tra i libri della Biblioteca “Carlo Manzia, SJ” si rintracciano testimonianze, memorie e fotografie che raccontano il particolare e intramontabile legame tra Leone XIII e la sua terra di origine.

carpineto romano e le cime dei monti lepini

Nel 1914 J. Fraikin pubblicò un’opera su L’infanzia e la giovinezza di Leone XIII, documentandosi tra le carte dell’archivio di famiglia messo a disposizione dal conte Ludovico Pecci, nipote del pontefice, noto anche nelle cronache del Leoniano che ne ricordano la visita del 1901. 

Fraikin raccolse inoltre numerose notizie da don Lelio Antonelli, parroco di San Leone Magno in Carpineto Romano, e dagli amici del papa Eduardo Soderini e Filippo Tolli: ne discende un racconto ricchissimo, un compendio di luoghi e caratteri, che contribuisce a illuminare le ragioni e gli indirizzi dell’altissimo magistero leonino. 

Il libro viene concepito per il primo centenario dalla nascita di Leone XIII (1810), ma è stampato quattro anni più tardi in coincidenza con un altro anniversario centenario, e cioè l’ingresso in Roma di papa Pio VII avvenuto nel maggio del 1814 dopo l’esilio napoleonico. 

Nelle pagine sono registrate le memorie legate in primo luogo a Carpineto Romano e alle vette dei Monti Lepini, visitati e percorsi in lungo e in largo dal giovanissimo Gioacchino Pecci che, anche dopo gli studi, da monsignore, da legato apostolico, da diplomatico e pure da cardinale, faceva continuamente ritorno ai luoghi natii.

J. Fraikin lo definisce la grande attrazione. L’edificio occupa una parte del castello medievale dei De Ceccano, trasformato in residenza signorile tra il XVI e il XVII sec.; fu riorganizzato e sopraelevato per volontà di Leone XIII dall’arch. Augusto Bonanni, al quale per primo il papa affidò anche la costruzione del Leoniano ad Anagni. Nella cappella di questo palazzo fu battezzato il futuro papa ed oggi, ancora nella proprietà della famiglia Pecci, custodisce i ritratti, l’arredo e le collezioni che il pontefice volle lasciare alla sua residenza avita.

La chiesa di Sant’Agostino è nei ricordi di Leone XIII perché sul piazzale antistante giocava da piccolissimo con i fratelli e saliva a cavalcioni sui leoni che sorreggono le colonne del portale. Da papa fece erigere accanto alla chiesa, un complesso neogotico progettato dal Bonanni e terminato
nel 1885, pensandolo inizialmente per finalità assistenziali ospedaliere e poi assegnandolo agli agostiniani. Si preoccupò anche del restauro e dell’ampliamento della chiesa, prevedendo una nuova campagna decorativa e dotò il transetto di un organo a cassa svizzero.

Nella chiesa di San Pietro la famiglia Pecci professava dal 1767 una particolare devozione a San Ludovico D’Angiò, per intercessione del quale Carlo Pecci e Anna Maria Jacovacci riuscirono ad avere un figlio maschio, che chiamarono Ludovico, padre del futuro pontefice. Ogni anno ad agosto i Pecci celebravano un triduo in onore del Santo di Tolosa e, per ricordare la miracolosa nascita, Leone XIII promosse l’intervento artistico del pittore Ludovico Grillotti. Da papa si occupò inoltre dell’ampliamento dell’attiguo convento seicentesco, circondato dalla macchia dove in gioventù mirava gli uccelli che si posavano su le cime degli altissimi cerri e andava a caccia; nel 1888 lo trasformò in un ospedale, sotto la direzione del Bonanni e con la consulenza dello studioso della malaria Angelo Celli.

I ricordi d’infanzia della Collegiata di San Giovanni Battista sono legati alla processione e alla festa di Sant’Agostino: il piccolo Gioacchino rimaneva impressionato dall’illuminazione della chiesa. Più tardi ne commissionò la decorazione a Vincenzo Monti, che vi lavorò nel 1884. La Collegiata custodisce anche una monumentale statua del pontefice, realizzata nel 1891 da Giuseppe Lucchetti.

Al santuario rurale della Santissima Annunziata, immerso ai tempi di Leone XIII tra ulivi e vigneti dove i carpinetani erano soliti organizzare scampagnate e giochi nella ricorrenza dell’Annunciazione, sono collegate molte memorie di famiglia: l’edificio sacro fu infatti ricostruito nel 1725 sul terreno ceduto dagli antenati del papa; alla chiesetta correva il giovanissimo Gioacchino per evasione e per pregare e là intorno era solito cacciare . Nel 1827, quando aveva diciassette anni, vi lasciò un’epigrafe, che incise direttamente sul posto con un ferro. Da papa, sessanta anni più tardi, ne curò il restauro e la decorazione.

Gioacchino Pecci si inerpicava poi sulle cime della sua terra, tra le vette dei Lepini dove saliva all’alba rapidamente, come sul Semprevisa a 1536 m s.l.m. o sul Capreo a 1421 m s.l.m. che nell’estate del 1901 fu scelto tra i 20 monti che avrebbero ospitato le croci innalzate come monumenti al Redentore.

I luoghi

le fontane nelle piazze di carpineto romano

Nel volume De aqua in oppidum Carpinetum ducta an. MDCCCLXXXVIII sono raccolte le poesie scritte da Leone XIII, che si ritrovano incise sulle lapidi centrali delle due fontane sorte a Carpineto Romano, per celebrare il nuovo acquedotto voluto dal papa contro i periodi di siccità. 

Entrambe le fontane sono opera dello scultore nisseno Michele Tripisciano, che le realizzò nel 1888 su incarico del pontefice, nel cinquantesimo della sua ordinazione sacerdotale. La prima, detta Fonte del Sedio, si trova nella Piazza Giuseppe Pecci, antistante il palazzo Pecci, casa natale di Leone XIII. È realizzata in travertino e marmo ed è composta da una lastra squadrata sormontata dall’emblema pontificio; reca due triglifi e in basso al centro una testa di putto dentro una conchiglia da cui sgorga la fontanella; l’acqua scorre dentro una piccola vasca in marmo con piede centrale, intorno al quale si avviluppano dei delfini. Il bozzetto in gesso della testa ricciuta del putto, contornato di foglie di alloro e dalle bacche della stessa pianta, è conservato al Palazzo Moncada di Caltanissetta, che ospita dal 2010 alcune opere e i gessi di Michele Tripisciano. Nello specchio centrale del monumento sono scolpiti gli undici distici in latino del pontefice. 

A Piazza Regina Margherita, di fronte alla Collegiata di San Giovanni Battista, si trova la seconda fontana detta del Carpino, in marmo, travertino e tufo, commissionata nello stesso anno della Fonte del Sedio, ma posta in opera nel 1890 in concomitanza con l’inaugurazione dell’illuminazione pubblica del paese, realizzata a gas acetilene ed offerta al papa dagli industriali spagnoli J. Costa e J. Ponces. Reca ai lati due putti che sostengono in alto lo stemma pontificio; da due delfini laterali sgorga l’acqua, che fluisce in vasche sorrette da tritoni immersi in un bacino più grande, basso e di forma ellittica; al centro, da una testa di leone scaturisce un ulteriore getto d’acqua, che finisce in un’altra vasca a forma di conchiglia. La lastra centrale contiene la dedica e i due distici di Leone XIII e commemora la condotta dell’acqua del Carpino che raggiunse il paese con un’imponente opera idraulica. 

Si tratta di un sistema di cinque bottini, scavati dentro il monte per oltre 700 m di lunghezza, tra i più grandi della Regione Lazio, con un castellum acquae posto a 930 m s.l.m. e a 5 km dal paese, progettato dall’ing. Giuseppe Olivieri, lo stesso a cui Leone XIII affidò più tardi la ripresa dei grandiosi lavori al Leoniano. Olivieri intercettò diverse sorgenti in grotta e ne raccolse l’acqua in quattro laghi inferiori e in una quinta grande riserva chiamata “lago Leone XIII”. Il papa regalò alla sua città un’infrastruttura capace di assicurare in totale oltre 7000 metri cubi d’acqua e di fornire oltre 100 litri al giorno alle 700 famiglie carpinetane durante i tre mesi ordinari di siccità. E così scrisse sulla Fontana del Carpino: Leo XIII P(ontifex) M(aximus) aquam saluberrimi haustus e montibus Lepinis perducendam curavit